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Le Macchine di Leonardo da Vinci nelle sale di Gian Giacome dell'Acaya
Prorogato fino al 02 maggio 2010 presso il Castello di Acaya Quanto il Salento sia una terra devota alla cultura e all’arte non è mai stato così palese, forse, come la scorsa estate. Una stagione tanto ricca di manifestazioni ed eventi culturali sparsi sul territorio da inebriare chiunque si trovasse nella coinvolgente Japigia. E nell’eterogeneo caleidoscopio costituito dalle offerte di intrattenimento culturale, le mostre d’arte l’hanno fatta da padroni: dai seducenti disegni di Milo Manara esposti a Brindisi, ai ritmici segni di Mirò ad Otranto, solo per citare i nomi più prestigiosi e conosciuti. Fino ad imbattersi in un nome che, quanto a popolarità, non è secondo a nessuno nel panorama internazionale: Leonardo da Vinci. Il suo volto stampato in grandi dimensioni e quello sguardo profondo ed enigmatico hanno calamitato migliaia di occhi curiosi costituendo un invito accattivante a varcare la Porta di S. Oronzo, soglia della cittadella fortificata di Acaya. Era l’11 luglio scorso quando questo antico borgo della provincia di Lecce ed il suo maestoso castello si sono resi protagonisti di ciò che sarebbe diventato un evento largamente apprezzato. La fortezza completata nel 1536 per mano di Gian Giacomo dell’Acaya, architetto e studioso di arte militare al servizio dell’imperatore Carlo V e cui l’allora Segine, oggi Acaya, deve il nome, apriva le porte al più grande ingegnere del Rinascimento. Per vedere una selezione di foto in mostra clicca qui: mostra
Scarica la brochure con gli orari e tutte le informazioni sulla mostra: clicca qui
Sembra quasi di vederlo, quell’autorevole personaggio del Rinascimento meridionale, uno dei progettisti più importanti del Mezzogiorno d’Italia, fare gli onori di casa al poliedrico Leonardo. E lo avrebbe fatto con naturalezza, senza forzature, ospitando oggetti in grado di ingannare l’occhio umano, inducendolo a credere
di stare ad ammirare manufatti ben inseriti in quelle sale perchè ad esse coevi. Arduo ipotizzare, infatti, che vere e proprie armi progettate dal genio fiorentino a cavallo tra XV e
XVI secolo siano di fattura odierna; difficile concepire nella nostra società supertecnologica tanta maestria nella lavorazione artigianale dei materiali; incredibile scoprire di cosa sia in grado la passione umana.
Interrogativi e dubbi facilmente dissipabili ascoltando un racconto, la storia di un uomo del Sud rapito dalla genialità leonardesca. Non fa altro che parlare di sé il 57enne Giuseppe Manisco quando, passando dalla sala delle armi, a quella della tecnologia per concludere in quella della scienza, narra con palpabile commozione la sua avventura ad una sempre attenta platea.
Ed incuriosisce venire a sapere che galeotto fu un libro, che tutto cominciò con questo apprezzatissimo regalo, che i disegni di Leonardo sulle innumerevoli macchine affascinarono Manisco, trovando in lui terreno fertile allo studio e all’approfondimento. Proprio in lui, da sempre abituato, in virtù della sua innata “genialità”, a ricevere richieste di soluzioni a mille situazioni problematiche, sul lavoro in Enel come Capo
Turno Centro Operativo – Province di Lecce, Brindisi e Taranto, ma anche nella vita di tutti i giorni. Proprio in lui, nato esattamente 500 anni dopo il grande Leonardo, una simpatica curiosità che lo riempie di orgoglio e che rafforza simbolicamente un legame ormai indissolubile.
La lettura quasi fortuita di quella pubblicazione regalatagli da un amico gli svelò un mondo affascinante, che avrebbe condizionato il suo cammino: il tratto di Leonardo, la sua straordinaria capacità di inventare, il suo sperimentare per comprendere la realtà, il suo essere uomo e figlio del suo tempo, il non fermarsi davanti alle difficoltà, tutto ciò veniva dolcemente iniettato in Giuseppe. E da lì alla realizzazione pratica della prima macchina nel 2004 il passo fu breve; la lanciasassi dell’epoca di Leonardo tornava in vita in casa Manisco creando un contrasto anacronistico, in grado di suscitare in tutta la famiglia, primi spettatori, stupore e incredulità. Sensazioni che presto divennero consuete. Lo studio silenzioso e concentrato per cogliere indispensabili particolari, la corsa a sperimentare con ferro e legno, con pezzi antichi o resi tali, a volte la delusione causata da affrettate ipotesi, ma poi sempre la soddisfazione di aver fatto un passo avanti verso l’interpretazione; la reale interpretazione, quella umile e rispettosa dell’intuizione originaria, quella che nulla inventa ma che solo si interroga, quella foriera di crescita. Animato da tali sentimenti, l’artista galatonese ha riprodotto in scala reale con le sue sole mani ben quaranta splendide macchine rispettando alla lettera tutti i dettami di Leonardo, dalla scelta dei materiali alle tecniche costruttive, e con orgoglio le espone oggi nel Castello di Acaya. Ma ancor più appagante ed edificante per Giuseppe Manisco è regalare anche attraverso le sue parole, e non soltanto attraverso il frutto della sua maestria realizzativa, curiosità ed intuizioni del grande Leonardo, spiegazioni e soluzioni di cui lui stesso è andato alla ricerca.
Una collezione “unica” è stata definita. Unica per la magistrale interpretazione. Unica perchè animata ed arricchita dalla grande passione esplicativa del realizzatore e dalla sua contagiosa voglia di addentrarsi nei segreti della scienza e della tecnologia.
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